“Collega, oggi mi sento in burnout. Ho una forte sindrome dell’impostore e temo di soffrire di workaholism.”
Sembra una battuta di una comedy con Anne Hathawayma è più simile a una conversazione reale al rientro dalle ferie.
C’è stato un tempo in cui le uniche “crisi” al lavoro erano di nervi e pure quelle si tenevano ben lontane dal tavolo della pausa caffè. Oggi invece parliamo di burnout, fatica decisionale, tossicità aziendale e narcisismo manageriale con la stessa disinvoltura con cui chiediamo se c’è latte in frigo.
È come se il nostro vocabolario fosse salito su di una barella pronto per il triage.
Ma non è solo una questione di moda lessicale, è un cambio di paradigma.
Il linguaggio medico si è infilato nel modo in cui raccontiamo la fatica del lavoro: ci dà voce, ci legittima, ci permette di nominare ciò che prima restava sotto pelle.
Dalla sala riunioni alla sala d’attesa
Prendiamo la sindrome dell’impostore.
Chi non l’ha mai provata, alzi la mano (e poi ci dica come ha fatto).
Coniata nel 1978 da Pauline Clance e Suzanne Imes è diventata una diagnosi ufficiosa per chi, nonostante i successi, si sente un bluff. Non è nel DSM, il manuale dei disturbi mentali, ma noi la trattiamo come se lo fosse.
Le diamo un nome, e così facendo, la rendiamo sopportabile.
Dare un nome a ciò che si prova anche se non è perfetto, anche se non è ufficiale è un atto di consapevolezza, la terminologia clinica nel mondo del lavoro funziona come una torcia in una stanza buia.
Non risolve, ma illumina.
Il lessico dell’esaurimento
Il re indiscusso di questo nuovo dizionario è lui il burnout.
Una volta dicevamo “sono stanco morto”, ora diciamo “sono in burnout” e non è solo una stanchezza.
Nato negli anni ’70 in ambito sanitario, per descrivere l’esaurimento emotivo di chi si prende cura degli altri, oggi si applica a chiunque si senta svuotato dal proprio lavoro.
Nel 2019 l’OMS lo ha definito “fenomeno occupazionale”, causato da stress cronico mal gestito, ma anche lui resta fuori dal DSM.
Allora perché ci aggrappiamo a queste parole? Perché ci servono per essere presi sul serio.
Nel 2021, l’OMS ha stimato due milioni di morti all’anno per cause legate al lavoro, non incidenti, ma ictus e malattie cardiovascolari da stress e superlavoro.
Il messaggio è chiaro ovvero lavorare può farci ammalare.
Narcisisti, tossine e team disfunzionali
Anche il modo di descrivere i capi è cambiato, non diciamo più solo “è esigente”, ma “è un narcisista”, il team non è solo caotico: è disfunzionale, il clima non è solo teso è tossico.
Non sono solo metafore, sono termini presi in prestito dalla clinica, che portano con sé un carico emotivo pesantissimo.
“Tossico”, in medicina, vuol dire qualcosa che avvelena l’organismo e in ambito lavorativo, il senso è lo stesso.
Dalla diagnosi all’identità
Dire di essere workaholic non è solo ammettere che si lavora troppo è dichiarare un’identità, un sistema di valori.
Il termine modellato su “alcoholic” implica dipendenza, compulsione, perdita di controllo.
Il lavoro come droga accettata, premiata, persino esaltata, finché il corpo non presenta il conto.
Eppure, né burnout né workaholism sono ufficialmente classificati come malattie mentali ma la loro diffusione dice una cosa, ci stiamo arrampicando sulle parole per rendere visibile il dolore.
Quando il lavoro ci cambia i connotati
Nel 2023 ha iniziato a circolare un termine nuovo dismorfia della produttività.
Come la dismorfia corporea è l’incapacità di vedere i propri risultati, anche se spunti tutte le task della giornata, una vocina nella testa sussurra che non è abbastanza.
Il lavoro diventa lo specchio deformante in cui ci guardiamo, non è più un mezzo per vivere, ma la misura del nostro valore.
Sintomo o sistema?
Questo nuovo linguaggio del lavoro non è solo una moda è un tentativo collettivo di articolare il dolore.
Non è un caso che molti di questi termini arrivino dal mondo accademico è lì che si studiano gli effetti fisiologici e psicologici del lavoro è lì che si raccolgono dati su depressione, insonnia, ansia da prestazione.
Usare termini clinici ci aiuta a parlare del disagio, ma c’è un rischio individualizzare problemi che sono strutturali.
Non hai la sindrome dell’impostore sei in un ambiente che non ti valorizza.
Non sei un workaholic sei dentro un sistema che misura il tuo valore in ore fatturate.
Come ricorda la studiosa Malissa Clark, il linguaggio non è neutro, nomina ma anche distorce, cura ma può nascondere la vera diagnosi ovvero un sistema che ci logora.
Quando le aziende parlano “clinico”
Anche le aziende hanno iniziato a parlare in linguaggio sanitario.
Il glossario del Workplace Health in America Survey ne è la prova:
- Cultura della salute: le aziende promuovono una “cultura della salute”, un ambiente di lavoro in cui la salute e la sicurezza dei dipendenti sono valorizzate attraverso programmi e politiche.
- Programmi di gestione di malattie o rischi: vengono offerti “programmi di gestione di malattie o rischi” per aiutare i dipendenti a gestire meglio le loro condizioni di salute.
- Supporti ambientali ed ergonomici: l’attenzione è rivolta ai “supporti ambientali” ed “ergonomici” per prevenire infortuni e disturbi legati al lavoro.
- Programmi di educazione alla salute e screening sanitari: le aziende offrono “programmi di educazione alla salute” e “screening sanitari” per promuovere la prevenzione e la diagnosi precoce.
- Benessere e Total worker health: si parla di “benessere” e “total worker health” per indicare un approccio olistico alla salute dei dipendenti.
- Presenteismo: il “presenteismo” , ovvero la presenza sul posto di lavoro nonostante la malattia è riconosciuto come un problema che influisce sulla produttività.
- Ragionevoli accomodamenti: le aziende offrono “ragionevoli accomodamenti” per consentire ai dipendenti con disabilità di svolgere le loro mansioni.
Una nuova grammatica del lavoro
Serve un nuovo vocabolario ma non solo serve una nuova grammatica del lavoro.
Non basta cambiare le parole bisogna cambiare le regole del gioco.
“La tecnologia deve andare veloce, l’essere umano deve andare in profondità, dobbiamo progettare spazi di lavoro che non solo funzionino, ma che facciano bene.”
Questa nuova grammatica del lavoro, a mio avviso, dovrebbe includere:
- La promozione del benessere: le aziende devono investire in programmi di benessere per i propri dipendenti, offrendo supporto psicologico, flessibilità e un ambiente di lavoro sano.
- La lotta alla tossicità: i luoghi di lavoro tossici, caratterizzati da bullismo e molestie, devono essere eliminati.
- La valorizzazione del lavoro significativo: i lavoratori devono avere la possibilità di svolgere un lavoro che abbia un significato e che contribuisca al bene comune.
- La promozione dell’equilibrio tra vita professionale e personale: i confini tra lavoro e vita privata devono essere rispettati, per evitare il burnout e il workaholism.
Un invito alla riflessione
L’invasione del linguaggio medico nel mondo del lavoro è un campanello d’allarme, ci invita a riflettere sul ruolo che il lavoro ha nella nostra vita e a interrogarci su come possiamo renderlo più sostenibile e salutare.
Più che preoccuparci del fatto che questo linguaggio suoni troppo clinico, dovremmo chiederci: che cosa stiamo davvero cercando di dire? Perché continuiamo a usare parole da ambulatorio per descrivere la nostra vita in ufficio?
Forse perché lavorare, oggi, assomiglia sempre più a una diagnosi in corso e perché in fondo, tutti, almeno una volta, ci siamo sentiti pazienti in attesa di una cura che non arriva mai.
Ma c’è anche una buona notizia se abbiamo trovato le parole per raccontarlo, forse siamo già a metà della guarigione.
Fonti:
-
WHO (Organizzazione Mondiale della Sanità), 2021
-
Clance, P. R., & Imes, S. A. (1978). The imposter phenomenon in high achieving women: Dynamics and therapeutic intervention. Psychotherapy: Theory, Research & Practice.
-
Clark, M. (citazione da fonte privata)
-
“How’s Work?” Podcast di Esther Perel
-
Pauline Clance e Suzanne Imes, studiose della sindrome dell’impostore.
-
Glossario WHA Survey 2017, documento “2017-WHA-Survey-Glossary-of-Terms-508.pdf”.



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